Colombara ed io  
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Se dico “Colombara” ho in mente il grande cortile interiore.
Ho qui la mia casa e il mio studio da quasi metà vita. Mi sono trasferita in cascina nel 1990. Era il periodo in cui nessuno ci abitava. Ogni tanto un operaio – per mancanza di spazio altrove – parcheggiava qualche macchinario sotto la tettoia. Oppure in lontananza il rumore d’un trattore. Ma tutto l’enorme fabbricato era vuoto … come addormentato.

Dall’espressione delle persone, quando venivano a sapere il mio indirizzo, deducevo che da qui erano fuggiti.

 
 

Certo – ero a conoscenza della storia di questo posto : dei suoi ca. 300 abitanti, delle molte mucche, dei cavalli, le galline e chi alto era solito popolare la cascina. Ma erano solo delle informazioni.
La mia realtà, invece, era un vuoto immenso. Un deserto, in un certo senso.

 
 

Penso che sia proprio il “fattore deserto” che affascini gli artisti quando vedono la Colombara per la prima volta.
È la famosa “pagina bianca” dello scrittore; la tela vuota del pittore che si insinuano nello sgombro e nel silenzio tutt’intorno.
E il deserto, prima o poi, genera anche la fata morgana : È una legge della natura che il vuoto attragga delle immagini per colmarlo … la fata morgana è il rischio di chiunque si addentri troppo nel deserto; e di chiunque, credo, che faccia arte sul serio.

 
 

Idealmente, la Colombara è il cortile interiore per me:
Un grande contenitore vuoto sotto il cielo. Sgombro per essere capace di ricevere. Un posto dove si lavora. Sincero e senza fronzoli.
Impressionante perché si sente letteralmente che ogni mattone ha la sua precisa funzione.

 
 

Amo la semplicità della Colombara che non vuole sembrare altro di quello che è – ed è grandiosa proprio per quello.
Sarà assurdo, ma ho addirittura delle associazioni con gli edifici dei cisterciensi: non era Bernard de Clairvaux a proclamare che l’importanza nella costruzione di una chiesa o monastero era lo spazio stesso – non le decorazioni che secondo lui solo distraevano dall’essenziale: cioè dallo sguardo dentro se stesso?

 
 

Certo – ero a conoscenza della storia del posto! : della palude e dei boschi bonificati con la livella a bolla d’aria e i rulli di pietra. Grazie a popolazioni interi, sacrificati alla malaria e altre malattie. Della muffa nei loro materassi e le lenzuola dure per la umidità ghiacciata nell’inverno. Ma erano solo delle informazioni.
Poi, nel 2004 sono apparse delle persone in cascina, che qui avevano vissuto ancora fin negli anni ‘60 e ‘70. Stranissima situazione!: era palese che queste persone appartenevano a questo posto. Di loro trasudavano i mattoni ! Non era più soltanto informazione, ma una rivelazione.
Chissà se nel futuro le mura della Colombara trasuderanno anche la mia vita.
Nel momento in cui nasceva quel che chiamano “l’ecomuseo”, non era ancora il caso e così – dopo 14 anni di permanenza – ero diventata una immigrante a casa mia.

 
 

Ero dentro il cortile – però con lo sguardo e lo stacco della straniera. Quasi più degli oggetti che costituivano poi il museo, mi impressionavano le storie, che la gente portava. E il loro atteggiamento per raccontare la propria provenienza. E il rapporto che avevano con il proprietario. E molto altro che non riesco ad afferrare bene.
Era come un libro aperto che illustrava una mentalità. L’atmosfera era carica di emozione. Delle volte ho visto anche delle lacrime. Credevo di assistere ad un momento importantissimo di assimilazione e integrazione del passato di una comunità e che ciò che stava facendo questa gente era l’atto più fondamentalmente culturale che mi si era mai presentato. Era il contrario della nausea che così spesso mi s’impone quando vado per gallerie d’arte :
Era necessario -
Un lavoro intenso sulla propria identità. Originalissimo nel senso vero della parola …

 
 

Nella mia arte cerco proprio a fare questo: un lavoro intenso sull’identità :
in quanto essere umano ; originale nel vero senso della parola.
….. Ma che cosa mi appaga?
Credo che siano quei momenti in cui mi rendo conto che un mio lavoro tocchi delle corde così profonde dell’essere umano, che il background culturale – tedesco, italiano, giapponese o americano sia – non ha quasi più importanza.
M’interessa … il cortile interiore dell’essere umano. Forse è solo una mia pallina, ma fin dall’inizio ho avuto la fortissima sensazione che l’arte e quello che chiamano “l’ecomuseo”, in fondo, sono come due poli estremi che si toccano.

Claudia Haberkern, Torrone della Colombara il 10. novembre 2012